Lo psicoterapeuta ascolta paziente la signora indecisa, sdraiata sul lettino, e dopo vari ponsamenti le consiglia di andare in un certo supermercato. Scommetto che in molti/e abbiate riconosciuto la pubblicità a cui mi riferisco. Per fortuna le persone che svolgono questa professione spesso sono dotate di una buona dose di senso dell’umorismo, così magari non si offendono più di tanto di fronte a una rappresentazione così svilente del loro lavoro. Né sentono vacillare la loro autostima constatando quanto spesso, di fronte a un malessere interiore, la reazione delle persone è resistere, fare di tutto per scongiurare l’eventualità di parlare con uno psicologo o una psicologa. È come se di fronte a un mal di denti cercassimo in ogni modo di non andare dal dentista, magari dandoci una bella martellata sul dito per non sentirlo. Se ci fate caso è così che spesso viene descritta l’eventualità nei film, nelle serie tv, nelle pubblicità.
Battute a parte, è importante capire i motivi di questa tendenza. Probabilmente c’è un retaggio di anni lontani, quando la psicologia subì una vera e propria emarginazione, sia accademica che scientifica. Nel 1922, con la riforma Gentile, vennero aboliti l’insegnamento della materia nei licei e tutte le cattedre di psicologia. La disciplina veniva utilizzata esclusivamente per selezionare i soldati. Nel 1938 fu sciolta dallo Stato la Società Psicoanalitica Italiana (SPI). Può sembrare un’epoca lontana, ma cento anni sono circa quattro generazioni, vale a dire che nonni e bisnonni sono cresciuti in quel clima e hanno assorbito e trasmesso quei valori. Ma quali valori? Prima di tutto la forza e il machismo, per cui mostrare segni di debolezza era visto come fortemente negativo. Il maschio doveva essere tutto d’un pezzo. ‘Non fare la femminuccia’ si diceva ai bimbi che piangevano. Ed è una frase che gode ancora di ottima salute. Mentre il fatto che le bambine piangessero veniva considerato connaturato alla loro essenza, e diventava un destino naturale. Anche da questo punto di vista, nonostante gli innegabili passi avanti, la strada verso un destino meno stereotipato è ancora lunga.
Possiamo considerare veramente superati quei tempi e quella diffidenza nei confronti della psicologia? O in questa resistenza a occuparsi della propria salute emotiva e mentale, come della propria salute ‘fisica’, possiamo leggere l’eco di quei lontani insegnamenti?
Rivolgersi a un/a professionista sembra un segno di vulnerabilità, l’ammissione di avere bisogno di qualcuno che ci dia una mano. ‘Puoi farcela da solo’. ‘Ci vuole un po’ di buona volontà’. Quante volte l’abbiamo sentito. Ma che male c’è a farsi dare una mano? Gli studi mostrano che nelle situazioni di stress o difficoltà le conseguenze sono tanto più pesanti quanto meno possiamo e sappiamo contare sull’aiuto degli altri. Ed è quello che gli esseri umani hanno imparato a fare fin dall’inizio, darsi una mano uno con l’altro, uno con l’altra.
C’è qualcos’altro? Ci fa paura l’idea di guardare dentro? O che un’altra persona ci guardi insieme a noi? Ah, ecco. ‘Figurati se vado a raccontare i fatti miei a un estraneo.’ Ma qual è la differenza tra dire al medico che ti fa male lo stomaco e dirgli che ti fa male parlare con la gente, o trovarti da sola, o andare tutti i giorni al lavoro e incontrare quel collega? Che sono magari le cose che il mal di stomaco te lo fanno venire.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi. Cosa ti suscita l’idea di incontrare una persona e raccontarle di te. Quali pensieri ti vengono alla mente. Se ne hai voglia e forse condividi, in parte o del tutto, l’idea che dallo psicologo è meglio non andarci, puoi lasciarmi il tuo pensiero qui sotto:
